Pare che la parte sia poi andata a tale Harrison Ford, divenuto poi famoso nel sottobosco del cinema indipendente per aver interpretato un archeologo che salva il mondo combattendo prima con i nazisti e poi, per par condicio, contro i comunisti.
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E quello di Chewbecca?
Salta fuori questi giorni, dopo più di 30 anni, il provino di Kurt Russel per il primo episodio di una trilogia di film fantascientifici che si dice non essere affatto male e che dovrebbe chiamarsi Star Wars.

Man On Wire
Pubblicato da
Nicola Voltolin
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Da L'Arena di Verona.
New York, 7 agosto, 1974. Sono da poco passate le sette del mattino e mentre la Grande Mela si sta svegliando, un folto numero di persone è accalcato ai piedi del World Trade Center. Tutti stanno guardando verso l’alto, scrutando con attenzione qualcosa lontano più di quattrocento metri dal loro naso. Si scorge un cavo, una fune che collega i tetti delle due torri gemelle e sopra di esso, sospeso nel vuoto, qualcosa sembra muoversi. Qualcosa, di certo non qualcuno, è questo il primo pensiero dei presenti. Chi mai sarebbe così pazzo da percorrere, sospeso nel vuoto e camminando su di una fune larga pochi centimetri, i quarantatré metri che separano le due torri? Nessuno! E’ Impossibile.

Walt Disney sosteneva spesso che “C’è qualcosa di divertente nel realizzare l’impossibile”. Philippe Petit ha fatto del realizzare l’impossibile la sua vita. Divertendosi. Era lui quel qualcuno che passeggiava sorridente da una torre all’altra quel 7 agosto 1974. “Man on wire”, acclamato documentario, vincitore di un premio Oscar e recentemente pubblicato in DVD da Feltrinelli, racconta questa impresa ed il suo principale protagonista: Philippe Petit.
Philippe Petit, nasce nel 1949 a Nemours, piccolo comune francese distante solo pochi chilometri da Parigi. Figlio di un ex pilota militare, Philippe non è uno studente modello, sono molti i suoi interessi ma tra questi non va di certo annoverato lo studio e così, dopo essere stato cacciato da cinque istituti scolastici diversi, decide di scappare di casa all’età di quindici anni. Fuggito a Parigi il giovane Philippe si avvicina al funambolismo e, da autodidatta, impara l’arte della camminata sulla corda. Tutto sembra venirgli molto facile tant’è che, dopo un solo anno di apprendimento, stanco delle tecniche fino ad allora comuni, decide di inventare nuovi passaggi e nuovi modi di affrontare la fune.
Non è ancora abbastanza. Perfezionista di carattere spesso maniacale, Petit, sebbene già tra i migliori interpreti dell’arte funambolica, vuole fare di più, vuole avvicinarsi ai limiti più estremi della disciplina ed abbatterli, riscriverli e poi, non contento, abbatterli nuovamente. Una sorta di eterna battaglia contro se stesso, contro la propria arte, e, soprattutto, contro l’impossibile.
Sono proprio l’impossibile, l’irrealizzabile ed il non concepibile ad affascinare Petit e così, in poco tempo, stupisce il mondo intero camminando prima su di una fune tesa tra le due torri di Notre Dame de Paris e poi su di un’altra posizionata tra i due piloni portanti del Ponte di Sidney in Australia.
Due imprese difficilmente eguagliabili, ma l’abbiamo già detto, i limiti esistono per essere abbattuti. E’ il 1968 ed il funambolo francese, afflitto da un forte di mal di denti, sta sfogliando una rivista nella sala d’attesa di uno studio dentistico. Nella rivista si parla della costruzione di due torri, le più alte del mondo, che sarebbero state edificate a New York da lì a a 5 anni e si sarebbero chiamate World Trade Center. Come la più classica delle ispirazioni pronta a colpire improvvisamente il più geniale degli artisti, Petit sente che quel luogo che ancora non esiste gli appartiene. Stacca la pagina dal giornale, scappa dallo studio dentistico ed inizia a pianificare il suo magnus opus, il suo capolavoro: camminare su di una fune tesa tra le due future torri gemelle.

Ci riesce quel già citato 7 agosto 1974, percorrendo otto volte il cavo che unisce le due torri, camminandoci per quarantacinque minuti, sedendovisi per salutare il proprio pubblico ed il gabbiano che gli svolazzava attorno. Il tutto, come testimonia una delle immagini più affascinanti e suggestive del documentario, senza abbandonare quel sincero sorriso che l’ha accompagnato per tutta l’impresa.
Il documentario, diretto da James Marsh, in un affascinante alternarsi di immagini d’archivio, interviste e spezzoni di fiction, ripercorre su di un doppio arco narrativo la camminata di Petit e la lunga e travagliata fase di preparazione. Da un punto di vista cinematografico, ciò che colpisce nel lavoro di Marsh, è la straordinaria opera di caratterizzazione che il regista è riuscito a mettere in atto. Allontanandosi dal carattere troppo spesso asettico che caratterizza molti prodotti documentaristi, il regista regala personalità al proprio lavoro attribuendogli atmosfere tipiche degli heist-movies americani.
Per questo, ma anche e soprattutto per l’unicità e la straordinarietà dell’evento narrato, può capitare di sentirsi coinvolti dal racconto in un’esperienza che non si discosta di molto dalla visione di veri film di fiction. Una storia così incredibile da non poter sembrare reale. Ma il contatto con la realtà, durante la visione di “Man on Wire”, arriva spesso quando meno ce lo si aspetta. Avviene come se, sospesi assieme a Petit a 400 metri d’altezza, ci si ricordasse di guardare verso il basso. Proprio in quel momento, nel tentativo di recuperare il respiro appena smarrito, ci si accorge che quello a cui si sta assistendo è il racconto di una storia vera, anzi, verissima, quella di un uomo e del suo travolgente desidero di realizzare l’impossibile. b.
At least is beats the crap out of Batman Forever
C'è sempre qualcosa che non mi ha convinto del tutto in The Dark Knight.
Anche a Key of Awesome sono d'accordo con me ed affido alla loro genialità il compito di spiegarvi perchè.

Anche a Key of Awesome sono d'accordo con me ed affido alla loro genialità il compito di spiegarvi perchè.
Dawn of the robots
Quanto è bella una città assalita da un'invasione di zombie?
Bellissima.
Insuperabile.
Certo che, a pensarci bene, anche una città invasa da dei robottoni giganti non sarebbe male.
Non so se Federico Alvarez sia arrivato a questa conclusione nello stesso modo, ma di certo l'idea non è mica stata male.
Eh no, perchè dall'idea del giovane uruguaiano è nato "Ataque de Pànico!", cortometraggio di 5 minuti che, dopo aver raccolto larga schiera di consensi nel web. ha attirato l'interesse dell'amato Sam Raimi che pare ne intenda produrre una versione estesa.
Si parla già gi un budget attorno ai 40 milioni di dollari per quello che viene già pubblicizzato come il nuovo District 9.
Vi incollo il video, intanto provo a pensare se un'invasione di zombie-robot potrebbe funzionare.
Via | Twitch
When it comes to bullshit...
Stasera ho visto Religulous, documentario scritto e "interpretato" da Bill Maher, uno dei più famosi ed importanti stand-up comedian statunitensi.
Il film rappresenta un dissacrante e dissacrato viaggio alla nei paradossi, nelle ipocrisie e nelle doppiezze delle religioni, dei suoi portavoce e dei suoi adepti.
Bill Maher, pur risentendo, seppur non in maniera esponenziale, il passaggio dal palcoscenico alla sala cinematografica, mantiene intatta l'efficacia dei suoi speech e nonostante le risate (amare) si susseguano numerose, queste non tolgono credibilità e fondatezza alle opinioni del comico.
A prova di questo andrebbe considerato anche e solo il monologo finale di Maher, pochi minuti di riflessione sul deleterio e catastrofico valore delle religioni, tutte le religioni, nella cultura moderna.
Maher non è certamente il primo comico a trattare il tema della religioni.
Ricky Gervais ne parla spesso, David Cross pure, ma un comico più di altri ha trattato si è occupato di religione: il compianto ed inarrivabile George Carlin.
Quello che vedete sotto è, in dieci minuti, il più grande trattato sulla religione mai stato creato:
Religion easily has the greatest bullshit story ever told. Think about it. Religion has actually convinced people that there's an invisible man living in the sky who watches everything you do, every minute of every day. And the invisible man has a special list of ten things he does not want you to do. And if you do any of these ten things, he has a special place, full of fire and smoke and burning and torture and anguish, where he will send you to live and suffer and burn and choke and scream and cry forever and ever 'til the end of time.But He loves you. He loves you, and He needs money! He always needs money!
I 20 film preferiti di un mento sporgente
Scoprire che a Mr. Q. Tarantino il cinema non è che faccia proprio schifo è un pò come scoprire che il presidente del consiglio di una nazione europea fatta a forma di stivale non è proprio una persona onesta.

In attesa dell'uscita italiana del suo Inglourious Basterds (che negli U.S.A sta andando, dal punto di vista del botteghino, decisamente meglio del previsto), ecco un video dove il mento più sporgente del mondo passa in rassegna i suoi 20 film preferiti dal 1992 ad oggi.
Nella lista c'è Shaun of the Dead e quindi, anche solo per questo, valeva la pena di postarlo.
TBFCAP aka The Big Fuckin' Chainsaw Arm Post

Pubblicizzato come il ritorno all'horror vecchia scuola di Sam Raimi questo Drag me to Hell sembra promettere bene.
La vecchia scuola c'è tutta; ci sono le messe sataniche, c'è la musica che fa la paura e soprattutto c'è la vecchia con un occhio diverso dall'altro.
Se poi alla fine, a salvare tutti dalla discesa agli inferi, arrivasse Ash Williams ed il suo chainsaw arm sarebbe ancora più bello.
Però mi sa di no.
Kill Mario Kill!
Pubblicato da
Nicola Voltolin
on mercoledì 27 maggio 2009

Da L'Arena di Verona
Quali sono i registi italiani più apprezzati e stimati dal cinema hollywoodiano? Federico Fellini? Sicuramente. Sergio Leone? Senza dubbio. Giancarlo Antognoni? Impossibile non citarlo. Una lista lunga e piuttosto malleabile ma inequivocabilmente accomunata dalla presenza costante di un elemento fuori dal coro, un insospettabile pecora nera. La pecora nera si chiama Mario Bava, il compianto regista autore di alcuni veri e propri cult-movies tra i quali, “La Maschera del Demonio”, “La ragazza che Sapeva troppo” ed “Operazione Paura”.
E’ di recente pubblicazione “Kill Baby Kill, il cinema di Mario Bava”. Edito da Un Mondo a Parte (www.unmondoaparte.it), il testo racconta il regista sanremese attraverso interviste e testimonianze di personaggi illustri del cinema americano ed italiano, opinioni di critici internazionali ed una ricca sezione di foto, di scena e fuori set. Ne abbiamo parlato con Gabriele Acerbo co-redattore del testo assieme a Roberto Pisoni.
In “Kill Baby Kill” sono presenti le testimonianze di veri e propri "mostri sacri" della cinematografia mondiale. In che modo il cinema di Bava è riuscito ad influenzare questi registi?
Negli anni ’60 i film di Bava arrivavano regolarmente in America, soprattutto nei circuiti dei drive-in e delle grindhouses. Cinefili come, tra gli altri, Joe Dante, Sam Raimi e John Landis furono folgorati dalla forza di quelle immagini, capaci di fissarsi indelebilmente nel cervello. L’eleganza e la complessità dei movimenti di macchina, i colori così accesi, la violenza sbalorditiva del cinema di Bava non poteva lasciare indifferente quello stuolo di registi che dei film ammira, soprattutto, l’aspetto visionario. Compreso Tarantino che, nel nostro libro, rivela che Bava è uno dei suoi cinque registi del cuore.
Bava è stato precursore nella realizzazione italiana di diversi generi cinematografici. Ha realizzato il primo horror gotico, il primo thriller, il primo slasher. Quale ritiene possano essere le motivazioni che hanno spinto Bava ad essere un regista ante-litteram?
Bava era un uomo colto con un amore, più che per il cinema, per la letteratura fantastica, gialla e horror. Forse questa passione lo ha spinto a trasferire queste tematiche nel cinema dei suoi tempi. Bava è riuscito a codificare per primo gli elementi del genere. Ad esempio, la figura dell’assassino mascherato con cappotto nero e guanti neri, propria di tutto il cinema giallo da Argento in poi, è un’immagine creata da Bava. Per quanto riguarda lo slasher-movie, inventato in uno dei film più amati dai fans, “Reazione a Catena”, l’intento del regista era soprattutto ironico: inventarsi morti ammazzati a ripetizione in modi truculenti e irreali per irridere il genere thriller. Poi sono arrivati gli americani che hanno tolto l’ironia e hanno costruito i loro film tutto sangue e senz’anima.
In un intervista, alla domanda "Come spiega che francesi e americani hanno apprezzato i suoi film molto più di noi?" Bava rispose: "Perché sono più fessi di noi". Fessi od in grado di cogliere qualcosa che in Italia, forse, non è stato mai recepito?
In Italia il cinema di genere è stato stroncato dalla critica che gli preferiva di gran lunga il cinema d’autore. Bava per decenni è stato considerato tutt’al più un artigiano che lavorava per l’industria, mai autore, mai un artista. E in generale, e questo discorso vale ancora oggi, i film horror e violenti di solito non piacciono affatto ai critici cinematografici.
Tanti auguri ai soliti ignoti

Da L'Arena di Verona
“Col sistema del buco rubano pasta e ceci.” E’ questo il titolo di un articolo che rappresenta l’ultimo fotogramma di uno dei film più importanti della storia del cinema italiano: “I soliti ignoti”. Diretto a Mario Monicelli, il capolavoro della commedia all’italiana festeggia in questi giorni il suo cinquantesimo anniversario dall’uscita nelle sale.
Il titolo del fittizio articolo che chiude il film rimane piuttosto esplicativo; “I soliti ignoti” è la storia di un fallimento, la storia di un gruppo di poveri disperati che, nella cornice di una Roma ancora impegnata nella fase di ricostruzione post-bellica, decide di organizzare una rapina al Monte dei pegni. Una banda destinata al fallimento cinematografico ma, certamente, una banda composta da alcuni dei migliori attori del cinema italiano. Vittorio Gassman, fino ad allora conosciuto principalmente per i suoi ruoli drammatici, rivela al grande pubblico il suo incommensurabile talento comico interpretando il suonato pugile balbuziente Beppe detto “Er Pantera”. Al suo fianco altri grandi nomi quali Marcello Mastroianni (il fotografo Tiberio), Tiberio Murgia (Ferribotte il siciliano) ed una giovanissima Claudia Cardinale al suo esordio cinematografico. A completare un cast già di per sé di assoluto livello il principe De Curtis, in arte Totò, nelle vesti di Dante Cruciani, guru dello scasso di casseforti e prezioso, o presunto tale, consulente per la banda degli inesperti rapinatori.
“I Soliti Ignoti” ha, secondo molti, il grandissimo merito di aver rivoluzionato o forse addirittura creato un genere cinematografico, quello, già citato, della commedia all’italiana. Storicamente infatti la commedia nostrana si caratterizzava per un costante ricorso alla gag, alla risata fine a se stessa, affondando saldamente le proprie radici nella tradizione dell’avanspettacolo e del varietà. Con il capolavoro di Monicelli la comicità cerca di interfacciarsi direttamente con il reale, con il vissuto, con la drammaticità della quotidianità, come a voler tramutare in comico il neo-realismo del secondo dopo guerra.
Una comicità che vive dunque sospesa in una situazione di precario equilibrio tra due entità, tra la risata e la lacrima, tra il sorriso e la disperazione. Non esiste consolazione per i soliti ignoti, l’unica possibilità è quella di rimanere invischiati nel loro ruolo di tragico anonimato. Anche la rapina, l’ipotetica svolta che si pensava destinata a cambiare la loro vita, finisce in un piatto di pasta e ceci, forse perché, come recita in una delle battute finali del film un rassegnato Marcello Matroianni: “Rubare è roba per gente seria, mica per gente come voi! Voi, al massimo... potete andare a lavorare!”
Personaggi dunque tragicamente reali, portati sullo schermo con tutti i loro umani ma insormontabili difetti, con la loro tragica ed irreversibile empatia per il fallimento. Nel cercare di rendere efficace questo tipo di interpretazione, nuovamente rivoluzionario è da considerarsi il lavoro degli attori e dei doppiatori del film (tra cui si annovera anche la voce di una giovane Monica Vitti), in grado di rappresentare con assoluta cura e fondatezza un amplio spettro di diverse forme dialettali; dal romanesco, comunque uno dei principali protagonisti del film, al bolognese dell’indimenticabile Capannelle, dal siciliano di Ferribotte, all’improvvisato “nordico” di “Er pantera” Gassman. Tema caro a Monicelli quello dello studio della lingua italiana, sviluppato magistralmente con un altro caposaldo della cinematografia del regista: “La grande Guerra”.
Nell’era dei cine-panettoni e, come non fosse già abbastanza, dei cine-cocomeri, “I Soliti Ignoti” rimane, a cinquant’anni di distanza, il vero manifesto dell’enorme potenziale della comicità, quello, secondo Monicelli stesso: “di rispecchiare e di raccontare, non quello di fare prediche, passando dall’amore alla morte, generando un disperare che riesce, tuttavia, a far sperare: attraverso la risata.”
In acque profonde con David Lynch

Da L'Arena di Verona
“Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo puoi restare nell’acqua bassa. Se vuoi prendere il pesce grosso devi scendere in acque profonde.”
Le parole sono di David Lynch, regista, sceneggiatore, pittore, musicista, compositore e, soprattutto, artista che per tutta la propria carriera ha certamente saputo immergersi in acque profonde alla ricerca dei pesci grossi.
E’ di recente uscita un nuovo libro del regista statunitense intitolato: “In acque profonde. Meditazione e creatività” (Mondadori, 2008). Un’autobiografia, un testo di storia del cinema, una guida alla meditazione, un’opera con la quale Lynch racconta e si racconta con estrema sincerità. Il testo si organizza in mini paragrafi all’interno dei quali il regista passa in rassegna una moltitudine di temi diversi con quell’inconfondibile accurato disordine che ne ha da sempre caratterizzato indelebilmente la filmografia.
Una filmografia spesso criptica ed ermetica che questo testo aiuta solo in parte a decifrare. Perchè David Lynch, nei suoi film, ha continuativamente perseguito il raggiungimento di un linguaggio che riesca ad essere, nel contempo, enigmatico ed interpretativo.
Enigmatico per l’assenza di linearità e di apparente logica, interpretativo perchè, come afferma lo stesso regista, un film dovrebbe, prima di tutto, stimolare un processo di interpretazione personale: “Un film dovrebbe camminare con le proprie gambe. E’ assurdo che un regista debba spiegarne il significato a parole. L’opera d’arte deve bastare a se stessa”. “In acque profonde” rappresenta dunque un testo che non può e non vuole offrire una soluzione agli innumerevoli misteri proposti da Lynch nei propri film ma, piuttosto, cerca di porre l’accento sull’importanza dell’interpretazione personale, sulla capacità di saper attribuire un significato ad un messaggio. Come quando, riferendosi a quella scatola e a quella chiave che, presenti nel film “Mullholland Drive”, hanno stimolato le più disparate teorie relative al contenuto della prima, Lynch si esprime così: “Non ho la più pallida idea di cosa siano”.
Un tema accomuna molti dei diversi argomenti che Lynch riesce a trattare in questo testo ed esso corrisponde al rapporto del regista con la meditazione trascendentale. L’autore de “I misteri di Twin Peaks” racconta quindi come le sedute di meditazione in cui da più di trent’anni si immerge quotidianamente abbiano saputo diventare un incredibile propulsore per la sua già di per sè sconfinata geniale artisticità.
“In acque profonde” rappresenta un must have per qualsiasi appassionato di cinema ed in particolare per i numerosi cultori di David Lynch ma, allo stesso tempo, diviene un’interessante lettura per chi, dal più fedele cultore dello yoga al più diffidente degli scettici, desidera approfondire il tema della meditazione e del suo rapporto con la creatività. “Il programma di meditazione trascendentale che pratico è stato il modo per immergermi in acque profonde, a caccia del pesce grosso”.
Indagine su un cittadino di nome Volontè
Pubblicato da
Nicola Voltolin
on martedì 26 maggio 2009

Da L'Arena di Verona
Indagine su un cittadino di nome Gian Maria Volontè.
Fosse nato a New York, a Los Angeles, od in un qualsiasi altro paese degli Stati Uniti, Gian Maria Volontè, ora, vedrebbe il proprio nome accostato agli Al Pacino, agli Steve McQueen ed ai Marlon Brando, inserito, a pieno merito, tra i più grandi attori che la storia del cinema ricordi. Gian Maria Volontè invece era italiano, italianissimo, anzi, Gian Maria Volontè era l’Italia al cinema. Con quella sua straordinaria duttilità artistica, Volontè seppe mettere in scena con assoluta ed unica maestria l’Italia della prima guerra mondiale, con “Uomini Contro”, quella della repressione fascista, con i “Fratelli Cervi”, quella della nascita del capitalismo, con “Il Caso Mattei”, quella operaia con “La Classe Operaia va in Paradiso”, quella di un uomo, quella di Aldo Moro, ne “Il Caso Moro”.
Un lavoro più di altri servì a donare riconoscimento pubblico a Volontè, attore di immenso talento ma anche uomo problematico, mosso da ideali politici da molti considerati scomodi. Il film in questione è “Indagine su un Cittadino al di Sopra di Ogni Sospetto”, nato dal sodalizio artistico tra lo stesso Volontè ed il regista Elio Petri, e di nuovo alla ribalta in questi giorni con l’uscita di una curata riedizione in dvd a cura di Lucky Red.
Nel giorno della promozione all’ufficio politico, l’ispettore capo della squadra omicidi uccide la giovane libertina Augusta Terzi, preoccupandosi di disseminare meticolosamente tracce che possano provare la propria colpevolezza. L’ispettore vuole infatti dare prova di essere “al di sopra di ogni sospetto”. Volontè impersona, con una prova recitativa degna di essere considerata tra le migliori che il cinema italiano abbia mai saputo offrire, l’ispettore e l’omicida, l’autorità ed il colpevole, un paradosso che i latini sintetizzano con un’espressione, spesso ancora oggi di tremenda attualità: “quis custodiet ipsos custodes”, chi sorveglia i sorveglianti?
“La città è malata”, dice l’ispettore in una delle scene più intense del film, “A noi il dovere di reprimere. La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà.” La città malata non è solo Roma, location principale di “Indagine su un Cittadino al di Sopra di ogni Sospetto”, è l’Italia tutta, quell’Italia tumultuosa ed irrequieta che a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si vede tragicamente sconvolta dalle rivoluzioni sociali e dalle tensioni politiche, quell’Italia che angosciava Volontè e che tanto abilmente riusciva a portare sul grande schermo.
La riedizione di “Indagine”, oltre che la possibilità di riapprezzare in versione restaurata il capolavoro di Petri, rappresenta un prezioso omaggio proprio alla figura di Volontè, rafforzato dalla presenza, in allegato al dvd, di un testo intitolato “Le tracce di un mito”, scritto da Erick Wilberding ed Alejandro De La Fuente, quest’ultimo autore anche dell’ottimo documentario “Indagine su un cittadino di nome Volontè”, anch’esso presente all’interno del cofanetto.

